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RACCONTI

Come si racconta un luogo? A questa domanda hanno cercato di rispondere i partecipanti al laboratorio di scrittura 'Scrivere a largo' condotto da Carola Susani per Creature Festival 2019. Un'estemporanea i due fasi: poche ore per esplorare un luogo e mezz'ora per scrivere un breve racconto. Qui di seguito potete leggere alcuni degli esiti sorprendenti che raccontano una parte di Roma tra Porta Metronia e largo Pannonia.

LEGGI I RACCONTI

La donna con la tuta salutò il medico e dal bar si avviò solitaria verso le Mura.

Alle sue spalle restava la piazza del pomeriggio invernale, quasi festivo, trasformata dal maltempo in un'isola vuota, con il verde stropicciato, le panchine nuove, i cassonetti preistorici, un autobus fermo per guasto.

Chi guidava la costeggiava ignaro e la piazza restava protetta dagli sguardi estranei. O difesa dal caos? Le aveva chiesto suo figlio, con parole diverse ma simili, alzando la voce. Era una buona domanda ed aveva iniziato ad occupare la sua mente.

Era irragionevole lo struggimento del lasciare quella piazza, che piazza non era, qualcosa di ridicolo nella sua tenacia.

Se tutto cambiava, anche l'isola non era diversa dal resto, anche lì arrivavano i dolori innaturali e legittimi prodotti dal mondo.

E tuttavia lei non voleva andare.

Spiegare la felicità è impossibile, lo aveva capito da bambina, davanti al silenzio frettoloso di sua madre, sempre dolorosamente affannata a fare, a curare.

No, non avrebbe potuto raccontare al giovane uomo affamato di futuro, la luce sfrontata sui palazzi la mattina e quella ambrata del tardo pomeriggio, il sole che entrava a a casa dai due balconi e ad ogni diverso orario allestiva uno scenario che la rapiva. Non c'erano mai le parole giuste.

Non poteva dire ad un giovane ingegnere dei suoi incanti.

Rientrava la sera attraversando la piazza dall'alto e scendendo giù fino alla fine, avida di quella certa allegria ariosa, mentre si preparavano le tavole dei ristoranti, con le persone ancora ferme nei bar a prendere tempo.

Con il buio il grande marciapiede obliquo era un' unica luminaria, stavi al sicuro, era già casa.

E poi c'erano i saluti, tutti i giorni a decine, ripetuti ogni volta che usciva, Sorrisi che per un attimo davano sostegno agli smarrimenti, perché le persone di città sono spesso ferite dai doveri e dal rimpianto del riposo. Non era inutile sorridere, chiedere come va, commentare qualcosa di semplice, stare insieme per poco; era un regalo.

Fino all'ultimo piano dei palazzoni, entravano nelle case silenziose i colpi di pallone sulle serrande vuote. I bambini ridevano esaltati dal gesto e insieme timorosi, scoprivano l' ibrido eccitante di sfida e paura.

Fu una lunga battaglia tra la madre e il figlio, durò quasi due anni. La donna si sfiancò e invecchiò ancora, ma ogni volta le sembrava di recuperare un vantaggio.

Bastava scendere nella piazza per prendere il caffè, attraversare il confine della strada per arrivare al mercato o dalla sua amica di un tempo, la donna con gli occhi ancora audaci, costeggiare le Mura, il recinto potente.

Oppure camminare fino a Villa Celimontana e poi raggiungere il Colosseo, scendere dalla collinetta che a ridosso del tram la portava al Circo Massimo.

Come avrebbe potuto?

Era proprio un martedì, il giorno del pesce fresco e del vivaio sull'Appia Antica, quando decise.

Aveva attraversato le tre aperture, Porta Metronia, Porta San Sebastiano, Porta latina. Doveva camminare più del solito, diceva il suo medico.

E capì. Aveva ragione suo figlio, anche le Mura sono aperte, nulla resta eguale, nulla ci conforta per sempre.

Si avviò verso il piccolo parco e si sdraiò sull'erba, per quanto tutto fosse così sporco.

Alcuni ragazzi correvano sulla pista e la guardavano incerti, se fermarsi o andare. Non aveva importanza, ancora un attimo e sarebbe tornata a casa per prendere l'ultima valigia del trasloco. Ancora un attimo.

Sembra domenica ma è venerdì. Il primo pomeriggio a largo Pannonia è sempre domenica: la piazzetta asimmetrica galleggia nel silenzio preparandosi all’invasione dei bimbi che da un paio di anni ripopolano questo quadrante di Roma all’ombra delle mura latine. Dopo le quattro, i rimbalzi dei palloni e l’allegria degli inseguimenti inaugurano un sorta di secondo tempo della scuola.

E qualcosa si impara sempre. Davanti al caffè appena ordinato, il barista mi illumina su un fenomeno che non avevo ancora notato pur abitando in zona da un pezzo. «È come assistere ogni giorno a una staffetta per fasce di gente diversa». La mattina c’è il caffè per i lavoratori, mi dice, alle undici cornetto per i liceali dell’artistico qui accanto, a pranzo panino per gli impiegati degli ambulatori, alle quattro caffè per chi sorveglia il raduno dei figli, alle sette birretta per i pensionati, e a cena – prima di chiudere il bar – si salutano i runner del Marchese, la pizzeria dietro l’edicola, in attesa della prossima chiamata.

Ogni tanto, passeggiando verso porta Metronia sulla direttrice che taglia la piazzetta, salgo anch’io su questa giostra che stacca il rione dal resto della città dandogli l’atmosfera di un paesino sempre uguale a se stesso. A meno che quest’isola ai piedi del Celio non subisca il lieve rintocco di una sorpresa.

Esco dal bar e, accompagnato dalle urla d’amore e guerra alla Lazio che imbrattano i palazzi, arrivo a un cartello che prima non c’era. La targa ricorda Alice Galli, sedicenne vittima del traffico pirata. Sarà per questo che due anni fa hanno costruito la rotonda al bivio con via Gallia. Il cartello per Alice ha sostituito quello municipale che raccontava della fascia di terra sacra ai romani, detta Pomerio: trenta metri di costa intoccabile fuori e dentro le mura in cui non si poteva abitare, coltivare, fare pascoli, né passeggiare.

Con assurdo timore sacrilego e Alice ancora in mente seguo il parco delle mura nel silenzio di questa finta domenica. I corvi volano dalle panchine gridando fino ai pini sbracciati oltre i bastioni. Le ultime foglie dei platani cadute sul manto già umido delle sorelle contano i miei passi, mentre l’acuto di un cane precede il padrone ancora lontano. Ho quasi rinunciato alla mia ricerca, quando mi giro verso il largo Pannonia e lo vedo.

Il Pomerio. Hanno rifatto il cartello, aggiungendo una cornice floreale di fianco alle parole. Lo rileggo tutto e il racconto di questa frontiera sacra mi fa rivedere i soldati sul camminamento lungo i merli delle mura. Sono tornato all’impero. Alice incontra uno spirito in tunica diretto alle vicine Terme di Caracalla e mi saluta. «Non stare in pensiero!», dice. Ma sono sicuro che già i due si conoscevano. Penserò a lei ancora un po’, oggi che non è domenica ma dirò una preghiera.

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Marco Bisanti (Palermo, 1981). Giornalista, consulente editoriale e insegnante, traduce dall’inglese narrativa e saggistica per vari editori scrivendo nella sua lingua i libri degli altri. Ha collaborato con la Casa delle Traduzioni di Roma, qualche suo racconto è apparso in riviste sul web e alcune poesie in più miscellanee dell’editore Giulio Perrone. Nel 2018 esce il suo primo libro, L’esageratore, raccolta di prose poetiche uscita per i tipi di Ensemble, con cui aveva già curato la riedizione del classico per ragazzi Sua Altezza! di Annie Vivanti.


«Diario di bordo: la navigazione procede lentamente tra i flutti del traffico metropolitano, ma la meta – Largo Pannonia – è ormai prossima: prepararsi allo sbarco!», ironizzo tra me, turista in casa, spacciata senza il navigatore. Basta che superi i confini del mio quartiere periferico per sentirmi un’esploratrice solleticata dal fascino dell’ignoto.

Infatti, pur essendo nata e cresciuta a Roma, mi sento ancora straniera in questa città che non ha dato i natali ai miei genitori, figli di contadini incontratisi casualmente all’università, a seguito della goffagine di mio padre: da una pedata sotto il tavolo della biblioteca al grande amore il passo fu breve. Il resto è storia: ci volle il primo frutto della passione per far cedere i nonni, contrari alle nozze tra il biondo Antonio dagli occhi azzurri e la bruna Annunziata dal profilo greco, poiché dalla Sabina al Subappennino dauno non si parlava neanche la stessa lingua.



Approdo su un letto di foglie di platano, madide di pioggia, a lato di una chiesa costruita in mattoni rossastri come si usava negli agli di boom economico; l’alto muro perimetrale fa ombra, sul lato opposto, a un caseggiato basso, un liceo artistico sul quale campeggia, tra altre amenità, un graffiti minaccioso: Bronx.

Un fremito si arrampica lungo la spina dorsale, ma forse è dovuto ai primi freddi e all’umidità, che battaglia temibile contro i deboli raggi del sole pomeridiano. Il liceo fa angolo con Via Numidia, tagliata in fondo da un torrione della cinta muraria aureliana: un soffio di Storia si incunea tra le strade battezzate con nomi di terre conquistate dall’Impero, e io proseguo fiduciosa fino a Largo Pannonia. Il sole colpisce di sbieco la facciata della chiesa, suscitando inaspettatamente in me il ricordo di un giorno di molti inverni fa, sull’estuario del Saint-Laurent: una nave penetrava lenta nel fiume, spezzandone la superficie in lastre di ghiaccio multiformi. La chiesa, dalla carena tozza, con quell’insolito oblò al centro della facciata, sembra avanzare come la rompi-ghiacci, sospingendo le auto in sosta sullo slargo.

La scena è ravvivata da pennellate di luce sui casermoni colorati che fanno da fondale a quella che scopro essere una vera e propria piazza, con tanto di fontanella gorgheggiante e, sotto i pini svettanti, un’edicola circondata da un carosello di vita. Disposti a raggiera, i caseggiati sono degli ultrasessantenni mantenuti arzilli dal vociare e dagli odori di pietanze che volteggiano nei cortili; hanno balconcini squadrati con occhi verdi di tapparelle, spalancate come ciglia sul cielo liquido di una domenica sonnolenta.

Ma.. un momento: oggi è venerdì, non domenica! L’aria placida dei pochi avventori del caffè alle spalle dell’edicola, le chiacchierare di una signora rumena seduta su una panchina, la nidiata di bambini portati a spasso da signore avvolte in sete sgargianti, tutto concorre a creare un’atmosfera festiva, irreale, dove le lancette degli orologi trattengono il fiato per non spaventare gli uccelli tra le fronde. L’insieme ricorda i quadri di De Chirico, a cui il liceo è giustamente intitolato.

Il commesso del fruttivendolo bengalese, in siesta fuori dal negozio, si stiracchia e si appoggia al tronco di una pianta cresciuta esuberante, dalle radici che spaccano prepotenti il mattonato della piazza. Ne ho già notata una abbandonata al benzinaio accanto all’edicola, in un vaso diventato stretto quanto un tanga per pachidermi, ma realizzo soltanto adesso che si tratta di piante di yukka, i (non più) “tronchetti della felicità”, davvero felici di essersi liberati dalla prigionia degli appartamenti. Provengono da altri paesaggi, come i commessi dei pochi esercizi commerciali aperti, ma prosperano dimostrando grande vitalità.

Dall’altro lato, Ar Baretto, la barista slava prepara un caffé speciale e colleziona sorrisi in cassa – ha scritto su un cartello. Quattro tavolini spavaldi hanno conquistato un pezzo di marciapiede e un ragazzo ne approfitta per farsi ‘na biretta, mentre una ragazza in tuta, muovendo nervosamente la gamba accavallata, parla al cellulare: “Ma cche t’oo dico a ffa’?!” chiede con retorica romana al suo interlocutore invisibile.

Corroborata dal caffé e ancora in vena di emozioni, decido di esplorare un cortile. Mi infilo spedita in un portone ma vengo subito intercettata da un signore seduto a una scrivania affollata di posta, dietro una finestra protetta da pesanti inferriate: altri non è che il portiere del condominio, recluso per sua volontà e poco propenso alle chiacchiere. Tento di nuovo la sorte al portone accanto al “bangla”, e stavolta incontro il sorriso accogliente di Andrea dietro il vetro scorrevole della sua portineria, che ha tutta l’aria di uno studiolo, o meglio di una “stanza per sé”. Lo trovo infatti assorto nella lettura dei racconti romani di Moravia – ma «il mio libro preferito è “La Storia” della Morante», confessa – e quasi non si accorge di me, finché non mi avvicino alla guardiola. Mi fa subito entrare per chiacchierare al caldo: circondato da scaffali di libri ben ordinati, una teca piena di macchinine da collezione, cimeli della Lazio, racconta della sua passione per la lettura, della figlia che come me ha studiato lingue, dell’inquilino artista cinese che gli ha regalato un quadro. Nei suoi occhi limpidi, io vedo il mare palermitano, mentre lui nelle mie vocali aperte sente i colori della Puglia. Il nostro incontro è un ri/conoscersi stranieri in questa città.



Ma in fondo, penso, siamo tutti stranieri, in una grande città chiamata mondo.

Il vuoto di quel luogo mi aveva avvinto…

Assorta nel torpore di un pomeriggio pallido e spento, osservavo le poche figure scorrere lente, il gocciolare annoiato di un nasone, le timide aiuole incolte, lo sfrecciare morbido di qualche bicicletta.

Mi ero allontanata dallo spazio chiassoso poco distante ma quel corposo silenzio cominciava ad essere invadente.

D’un tratto, alle mie spalle, sentii sbattere con violenza un portone ed una voce pimpante e cristallina lanciare saluti.

Quel luogo, fino ad allora muto, cominciava ad animarsi…

Mi avvicinai a quella voce. Un approccio educato, timido ma convinto. Volevo capire che luogo stessi attraversando, così insolito, sospeso tra l’assenza ed i vuoti davanti a me ed il fluire di motori e vociare sconnesso che avevo accuratamente abbandonato sul lato opposto della strada.

La donna rallentò il passo.

Il suo sguardo accigliato mi attraversò rapidamente.

“Fermati”! urlò al suo docile bassotto.

Non riconobbi in quella voce il timbro ridente di pochi istanti prima.

Si fermò anche lei.

Mi sentii stranamente rincuorata, avevo la sua attenzione; mi avrebbe raccontato quel luogo accogliendo la mia curiosità.

Accantonai il ricordo del suo volto inquieto e restai in attesa.

M’inoltrò d’improvviso un sorriso forzato e la sua voce tagliente si scagliò su di me.

“Signora a chi? Io ho solo 25 anni!!”

Fui sorpresa : ne dimostrava molti di più!

Vidi all’istante le sue spalle ed il ritmo infuriato dei suoi tacchi.

Smorzai con un sorriso il frastuono indispettito di quei passi veloci, poi lontani.

Ritornò il silenzio.

La guardai fino a quando si unì alle ombre arrampicate sulle Mura, mentre il sole declinava, lento.

Attraverso la strada che bagna l’isola pedonale di Largo Pannonia ed entro nel primo bar che mi salta all’occhio. Su una lavagna imbrattata, sistemata all’entrata, ‹‹oggi lasagne››.

‹‹Non preoccuparti, ti preparo un caffè speciale, proprio come so fare io››. Da dietro il bancone la barista rassicura un’anziana cliente dall’aria assorta. Probabilmente vorrà essere coccolata, penso io, che mi incuneo nella conversazione e ne ordino uno anche per me. Sfrutto l’assist del caffè per attaccare bottone. Intendo fare i primi passi nel quartiere attraverso le impressioni di Milla, l’artista dal caffè speciale. Le chiedo di parlarmi di questa zona, di chi frequenta il bar dove lavora e del significato che dà a questo posto.

Seppur indaffarata mi sorride, segno che è ben disposta ad esprimersi e in attesa della risposta, affondo il cucchiaino negli strati di panna montata e cioccolato, che strabordano dal bicchiere evidentemente sottomisura. L’anziana signora rompe il silenzio per prima:

‹‹A nì, senti ‘mpo, a me questo me pare tutto tranne che ’n caffè. Mejo che nun me misuro la glicemia stasera, va’, sino’ mi’ marito chi ‘o sente?››.

Scoppiamo a ridere io e Milla, disarmate dalla spontaneità della signora, che senza scomporsi si rimette ad armeggiare col suo non-caffè e si dimentica di noi. Milla la rassicura dicendole che il suo diabete non subirà gravi ripercussioni e poi si rivolge a me, finalmente pronta all’esplorazione.

Ascolto il suo racconto di abitante adottiva, che qualifica il quartiere come abitudinario e rassicurante. ‹‹Un po’ di diffidenza iniziale, ma alla fine sono stata accolta da tutti. Tutti mi vogliono bene››. Si ferma un attimo. Sguardo rivolto al soffitto, dove va a pesca di sentimenti. Poi riprende ‹‹e non so spiegare il perché ma mi piace proprio tanto stare qua. Gli studenti, gli impiegati, gli anziani, sono sempre le stesse facce in fondo, ma non è male. Anzi, si respira un’aria di paese››.

Mi fa accomodare nell’isolato come in un salotto familiare ed ospitale, aggiunge qualche dettaglio riguardo i “pochi” turisti che passano di qua e mentre alla radio suona una musica esotica, forse una lambada, pago il mio caffè, mi raccomando che la signora non mangi troppi dolci e ringrazio Milla.

Esco, in cerca di punti e linee per fissare il racconto, passeggiando attraverso la stratificazione delle giornate. Il liceo artistico e gli studenti delle otto. Immagino i moti chiassosi dei loro cuori in fermento tra interrogazioni da evitare e amori da sfogliare. Mi soffermo davanti al cancello d’ingresso. Sulla colonna di sinistra una stampa con pochi indizi, su cui leggo ‹‹Santa Maria Maggiore››. È una mappa assonometrica, serigrafica, che qualcuno ha provato a strappare dal lembo in basso a destra. Una Roma stropicciata. Una Roma che, comunque, resiste. Lì, aggrappata prepotentemente all’arte.

Il mercato rionale, acceso di ciclamini, crisantemi, violette e d’arance, zucche, castagne e spinaci. Pantoni d’autunno. Le anziane signore che popolano il foro nelle mattinate da riempire come le loro buste di plastica dal motivo a quadri. Ricurve sui pianali opulenti dei banchi, impegnate nella contrattazione d’autore, quella che ‹‹quanto lo fai n’etto de preciutto, regazzì?››.

Il ristorante Romolo e Remo che si gremisce durante l’ora d’aria dei lavoratori. Una certezza, un simbolo. La tradizione evocata dalla trippa e dalla coratella coi carciofi, dai rigatoni co’ la pajata e dalla coda alla vaccinara. L’abbondanza dei poveri de ‘na vorta. Di chi, possiede poco e niente e sa recuperare, accogliere, stringersi e condividere.

Osservo il pomeriggio maturare.

Ancora anziani e giovani si passano il testimone sulle panchine, in piazza. Nei bar, dove a noi romani, amanti della comodità e della goliardia, piace proprio tanto stare. Protagonisti dei vespri lenti, quelli che pare sempre domenica a Largo Pannonia.

La direttrice a sud ovest, via Numidia, interrompe bruscamente la continuità della ricerca. Un segmento massiccio ed eterno: le mura latine. Una cinta, che in questa frazione di grande bellezza ha invertito la propria missione in funzione del tempo. Non più protezione del centro dalle pressioni periferiche ma barriera che si staglia contro il cielo azzurro a difesa dell’aria sospesa di questo inaspettato e prezioso borgo di città.


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Serena Piselli, (Roma, 1989). Ricercatrice e specialista in sostenibilità innovativa e strategica. Consulente in ambito educazione e disseminazione.Lavora nel campo della conversione sostenibile dei sistemi e ha acquisito esperienza nella valutazione dell’impattoambientale del costruito, nel project management, nel green procurement. Ha fatto parte di un progetto di riqualificazione urbanadestinata a fasce deboli (senzatetto).Coltiva da sempre una grande passione per la scrittura, che ha preso forma attraverso il blog "The Zoom Out Theory", dove gli articoliche pubblica sono la scommessa di un duplice impatto sui lettori: da un lato il trasporto emotivo, dall’altro la riflessione critica sulla questione ambientalista.